Caso Moro: Imposimato riapre il caso dopo 35 anni. Andreotti e Cossiga complici nell'assasinio dello statista

di Giuseppe Genova
In Misteri
13 luglio 2013
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Parte da un esposto dell'ex magistrato, Ferdinando Imposimato, la riapertura di una caso che presenta più ombre che certezze.

 

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La morte di Aldo Moro: riaperto il caso grazie alla confessione di due artificieri e quattro carabinieri.
Aveva 61 anni Aldo Romeo Luigi Moro, quando fu rapito in via Mario Fani il lontano 16 Marzo del 1978. Il giorno della presentazione del nuovo governo di Giulio Andreotti, dell’assassinio di Peppino Impastato, il giorno in cui gli italiani vivevano al meglio gli anni settanta nelle proprie case: quello fu il momento ideale per le Brigate Rosse per attaccare i cinque uomini della scorta di Moro e sottrarlo alla libertà.

 

Per circa 55 giorni lo statista italiano fu tenuto prigioniero dal gruppo terrorista delle Brigate Rosse, le quali lo nascosero nel loro covo segreto in via Montalcini. Trascorsi quasi due mesi, viene suggellata la morte di Moro. Manifestando il desiderio di cambiare nascondiglio, i criminali obbligarono il leader di Democrazia Cristiana a coprirsi con una coperta e ad entrare in un’auto pronto per lo spostamento. Inconsapevole, Aldo Moro morì tragicamente dopo una scarica di dieci cartucce sparate proprio in quel frangente dai suoi rapitori. Fu così che il 9 Maggio dello stesso anno, il suo corpo fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani, nei pressi della sede del Partito di Democrazia Cristiana alle 12.30. Sgomento e rammarico da parte del popolo italiano e della famiglia, che preferì svolgere i funerali privatamente, non rendendo la celebrazione un evento nazionale.
I colpevoli individuati da Ferdinando Imposimato furono dunque Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Nicola Lettieri, i quali si fecero mandanti del rapimento e del successivo omicidio.
Imposimato fu già all’epoca, trentacinque anni addietro, giudice istruttore della vicenda Moro e in un secondo momento, giorni fa, ritorna sul caso manifestando il proprio rammarico. Afferma con forza, infatti, la colpevolezza dei politici citati precedentemente e la possibilità per cui, se avesse avuto le opportune prove – nascoste da elementi terzi – avrebbe certamente incriminato i tre per concorso in associazione criminale. Carabinieri e servizi segreti erano già a conoscenza della locazione del nascondiglio delle Brigate Rosse, tant’è vero che il generale Dalla Chiesa sarebbe voluto intervenire per sventare il sequestro dello statista. La telefonata dei vertici però, fermò il Generale, ordinando di abbandonare il luogo individuato.

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Ecco che a giugno 2013, il giudice Imposimato presenta un esposto alla Procura in modo tale da poter riaprire il caso: le forze dell’ordine conoscevano il luogo della prigionia di Moro. La confessione giunge da quattro uomini appartenenti alla polizia, i quali rivelano che il covo della fazione terroristica in via Montalcini veniva monitorato periodicamente.
Ulteriore rivelazione giunge dalla testimonianza dei due artificieri presenti a via Caetani: Vitantonio Raso e Giovanni Circhetta. I due testimoni non furono mai interrogati trentacinque anni fa e solo i giorni scorsi hanno deciso di raccontare la propria storia. I due sostengono infatti, che il ritrovamento del corpo di Aldo Moro avvenne prima delle 11, quando a via Caetani era presente proprio l’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga.
Ufficiale dunque la riapertura del caso.

 

 

 

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