NATO: In Iraq e Kosovo armi ad uranio Impoverito. Ora le tragiche conseguenze (immagini shock)

di Giuseppe Genova
In Misteri
12 aprile 2013
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Per quanto si sia cercato di occultare una tragica verità, le conseguenza evidenti su un numero sempre più crescente di militari e ancor più sulla popolazione locale, illustrano quale siano gli aberranti risultati dell'utilizzo di armi ad uranio impoverito.

 

Secondo alcuni rumors, successivamente confermati, sembra che la Nato abbia fatto abbondante uso di armi all‘Uranio impoverito (DU) nel conflitto in Iraq (specie tra Bassora e Bagdad) e, poi, in Kosovo.

 

 

Ad ammetterlo è stato il professor Doug Rokke, fisico dell’Università di Jacksonville (Alabama) e collaboratore del Pentagono sino al 1997. In un’intervista Rokke ha dichiarato di aver prima formato, per 10 anni, i militari americani sui comportamenti da tenere in scenari di guerra contaminati dal DU e, poi, di aver partecipato ad un’inchiesta che mirava a valutare le conseguenze dell’uranio impoverito sui militari Usa impegnati nel conflitto del Golfo. In quello studio sul posto, il fisico che riscontrò nelle sue stesse urine delle concentrazioni “spaventose” di uranio, spiegò quali fossero le conseguenze per l’ambiente e per il fisico umano di un’arma arricchita da metalli pesanti quali, appunto, l’uranio impoverito. In sintesi, queste le conclusioni di Rokke, quando esplodeva un proiettile imbottito di questi materiali, l’uranio si vaporizzava in finissime particelle di ossido di uranio che si diffondevano, a causa del vento, sino a centinaia di metri in ogni direzione col pericolo, quindi, che venissero inalate da persone inconsapevoli. Oltre a ciò, l’esplosione di tali proiettili rilasciava anche dei residui non solubili (simili alla ceramica) che restavano a diffondere radioattività per secoli, causando un grande nocumento all’ambiente ed alle risorse idriche del medesimo: una sorta di mina invisibile ma dalle conseguenze molto prolungate. Inutile dire che, sul momento, i vertici militari decisero di insabbiare tutto perché dei soldati opportunamente attrezzati per operare in condizioni “non sicure” avrebbero “presentato una minore mobilità sul campo“. Risultato?

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Dei 700.000 militari usati nelle operazioni del Golfo, 100.000 hanno accusato la cosiddetta “Sindrome del Golfo” e molti di essi hanno presentato sintomi (cancro, leucemia, tumore alle ossa) compatibili con l’uso di uranio impoverito senza contare le altre patologie subite dalle stesse popolazioni locali come le malformazioni embrionali.  Non mancano i militari italiani vittime della contaminazione. Almeno una 30, ma Salvo Cannizzo, il militare italiano, con trascorsi in Kosovo, che denunciò il fatto e mancato nel Settembre 2012, parlava di almeno 2 mila colleghi nelle sue condizioni (tema trattato dal film, del 2010, “Le ultime 56 ore”). Come conseguenza di questi dati, il generale tedesco Walter Jertz, uno dei portavoce della Nato, ha affermato che è stato certamente usato il materiale in oggetto ma che quest’ultimo non sarebbe altamente pericoloso visto che, fondamentalmente, è molto diffuso anche nel suolo e nelle rocce. Negli ultimi anni, comunque, sempre l’Alleanza Atlantica ha dovuto fornire al “Gruppo di Accertamento del BTF” (parte del “Programma ambientale delle Nazioni Unite”) dei dettagli sulle quantità e sulle localizzazioni in cui sarebbe stato adoperato questo materiale bellico: sembra, in tal caso, che l’uso del DU sia stato circoscritto alle operazioni svolte in 4 distretti del Kosovo (anche se non si esclude l’impiego in zone differenti) e, per questo motivo, il BTF ha ritenuto utile che le autorità del posto siano informate sui pericoli corsi dalle popolazioni locali e sulle misure di prevenzione volte ad evitare il contatto tra queste ultime ed il materiale incriminato.

 

 

 

 

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