Renzi sfida la corruzione “Pena minima 6 anni, carcere e confisca dei beni”, ma non mancano le critiche

di Redazione
In Attualità
10 dicembre 2014
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Lontani i tempi di quando durante Tangentopoli gli Italiani speravano in una svolta. Seconda Repubblica e, se possibile, corruzione ancora maggiore rispetto alla prima, come dimostra implacabilmente, ancora una volta, la cronaca quotidiana con la vicenda di "mafia capitale". Allo studio un ddl apposito.

 

L’inchiesta denominata “Mafia Capitale” ha riportato al centro del dibattito politico l’endemico problema della corruzione che attanaglia la vita sociale ed economica italiana non risparmiando neppure i Partiti e Matteo Renzi, dopo aver definito “uno schifo” quello che sta emergendo dagli atti dell’inchiesta che rischia di portare alla scrittura di un’altra brutta pagina della storia recente del nostro Paese, ovvero lo scioglimento del Comune di Roma causa infiltrazioni della criminalità organizzata, ha annunciato le prime misure contro la corruzione che l’esecutivo è intenzionato a proporre in Parlamento. il Premier ha reso note le intenzioni del Governo attraverso un messaggio video trasmesso nel primo pomeriggio di ieri.

Renzi ha definito quelle che verranno apportate al codice penale ad oggi vigente come alcune “piccole ma grandi modifiche“. Nello specifico queste saranno quattro e tra esse spicca l’aumento della cornice edittale di pena per quanto concerne la pena minima: per il reato di corruzione si passerà infatti dai 4 ai 6 anni come pena minima. Con questa misura, come ha spiegato il Premier, si vuole fare in modo che chi verrà condannato a causa di condotte corruttive potrà si accedere ai riti abbreviati, ma dovrà comunque confrontarsi in ogni caso con un’esperienza dietro le sbarre. Renzi ha illustrato le modalità con le quali verranno apportate le modifiche normative, facendo presente che tutto verrà inserito in un ddl. Sulla normativa attualmente in vigore il Premier ha espresso perplessità, affermando che non è possibile in un Paese civile poter usufruire del patteggiamento e in questo modo non fare nemmeno un giorno di galera e quindi:

 

“trovare la carta di uscita gratis di prigione come accade nel gioco del Monopoli”.

Quindi ha anche pesantemente criticato il fatto che siano poco più di 250 le persone che si trovano in galera causa sentenza passata in giudicato che le ha riconosciute colpevoli di corruzione su una popolazione carceraria che supera le cinquantamila unità. E’per questo motivo che un altro intervento verrà effettuato sui tempi della prescrizione e verrà altresì modificata la normativa relativa alla confisca dei beni. Renzi ha infatti affermato che obiettivo precipuo delle modifiche allo studio è fare in modo che:

“Coloro che hanno rubato restituiscano tutti i soldi fino all’ultimo euro”.

Quindi, spiegando il motivo dell’intervento dell’esecutivo, Renzi ha confermato come ciò sia diventato imprescindibile dopo quanto svelato dall’inchiesta in corso a Roma e ha ribadito come non sia intenzione sua e dei suoi Ministri quella di interferire con il lavoro degli inquirenti. Secondo il premier sarà compito dei Giudici stabilire se i reati commessi sono di tipo mafioso o meno, mentre è compito dell’esecutivo far capire agli Italiani che “vi sono anche politici seri” e che è compito di questi politici fare in modo che passi il messaggio, forte e chiaro, che chi ruba non avrà sconti e non potrà farla franca.

Ovviamente le reazioni all’annuncio del Premier non si sono fatte attendere e tra i primi a replicare vi è stato Luigi Di Maio. L’esponente dei 5 stelle ha avuto parole tutt’altro che lusinghiere per quanto deciso e comunicato da Renzi, affermando che si è di fronte alla tipica scena di chi “chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati“. Di Maio ha infatti ricordato come la nuova normativa non potrà essere applicabile a quanti sono coinvolti nell’inchiesta romana e ha accusato il Premier di aver fatto una sorta di spot per:

“Pulirsi la faccia dopo lo schifo che il suo partito ha messo in piedi nella Capitale”.

In serata è intervenuto anche Raffaele Cantone, il quale ha affermato di non aver avuto modo di parlare con il Premier e ha quindi posto l’accento sul fatto che il problema del nostro Paese è anche di tipo culturale, come testimonia il fatto che soggetti in passato condannati per corruzione abbiano ancora accesso ad appalti pubblici.

 

 

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