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Birmania, è emergenza umanitaria: Amnesty denuncia l’uccisione di migliaia di musulmani

LA DENUNCIA DI AMNESTYCentinaia di morti accertati, ma anche ripetute violenze nei confronti di donne e anche ragazzine di cui era stato dichiarato il rapimento: dopo che per un certo periodo i riflettori della comunità internazionale si sono spenti sul drammatico caso della persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania, è stata Amnesty International (l’organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani in tutto il mondo) a lanciare l’allarme, denunciando le drammatiche cifre di quello che si sta configurando come un vero e proprio eccidio ai danni di una intera comunità che, dallo scorso mese di agosto, è costretta a fuggire verso il vicino Bangladesh. Nel rapporto di Amnesty diffuso nelle ultime ore, nel mirino sono finite nuovamente le forze di sicurezza birmane, responsabili di una “sistematica persecuzione dei Rohingya” al fine di azzerare la loro presenza nel Paese.

IL SILENZIO DI AUNG SAN SUU KYI – Stando al documento sopra citato, emerge come i gruppi militari governativi abbiano messo in atto violenze e aggressioni indiscriminate soprattutto nei confronti delle donne musulmane di ogni età, con aggressioni o vere e proprie violenze sessuali, in modo da costringere le loro famiglie a partire per il Bangladesh dove, secondo alcune stime, sarebbero già 600mila i Rohingya che vi hanno trovato riparo: le vittime, invece, ammonterebbero ad alcune centinaia e secondo alcune fonti non sarebbero stati risparmiati nei roghi e nelle esecuzioni sommarie che sono state compiute in alcuni villaggi nemmeno bambini e anziani, impossibilitati a fuggire e trovati carbonizzati tra i resti delle loro abitazioni. Nonostante le smentite ufficiali dell’esecutivo birmano che vede l’ex Premio Nobel Aung San Suu Kyi in veste di Consigliere di Stato, le testimonianze di questi atti di barbarie compiuti dall’esercito si moltiplicano e, anzi, è proprio il silenzio della 72enne politica birmana a fare ancora più “rumore”.

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