Prince, la storia infinita del plagio italiano e della condanna

di Redazione
In Musica
21 luglio 2016
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Secondo una sentenza del 2015, Prince avrebbe copiato un brano da due autori italiani. La popstar avrebbe dovuto far pubblicare a sue spese la sentenza, ma né lui né i suoi eredi lo hanno fatto.

 

Con la sentenza del maggio 2015, la Cassazione ha messo decisamente fine a una diatriba che andava avanti da 20 anni, precisamente dal 1995.

La sentenza stabilisce che il brano “The Most Beautiful Girl in the World”, di Prince, sarebbe un plagio diretto da una canzone di Michele Vicino e Bruno Bergonzi, due autori italiani. I due hanno citato in giudizio l’artista di Minneapolis nel 1995, rivelando il plagio di “Takin’me to paradise”, registrata nel 1983 e affidata dal duo alla voce di Raynard J.

 

Durante gli anni sono state emesse tre sentenze – una nel 2003 che dava ragione a Prince, una nel 2008 che ribaltava il verdetto e infine l’ultima nel maggio del 2015, quando Prince era ancora in vita. Il provvedimento prevedeva l’interruzione della distribuzione di “The Most Beautiful Girl in the World” in Italia e, secondo Billboard, avrebbe obbligato Prince a pubblicare a proprie spese la sentenza su due quotidiani italiani e due riviste musicali.

Un obbligo, però, a cui né la popstar né gli eredi che gestiscono le sue finanze dopo la morte hanno mai adempiuto. Anche mentre la popstar era in vita, racconta ancora Bergonzi a Billboard, la polizia avrebbe cercato più volte di consegnare il verdetto presso l’abitazione di Prince a Paisley Park, ma senza successo: nessuno sembrava mai essere in casa.

La SIAE ha riconosciuto a Vicino e Bergonzi la paternità di “The Most Beautiful Girl in the World”, e i due hanno ricevuto le royalties generate dalla vendita della canzone. A loro spetterebbe anche un compenso per i danni morali, che per la legge italiana non dovrebbe essere una grande somma ma contribuirebbe a chiudere definitivamente uno sgradevole capitolo giudiziario.

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